La notizia ha suscitato un certo clamore negli ultimi giorni: siamo scesi al terzo posto in Europa per produzione di gelato. Scalzati anche dalla Francia, ci collochiamo sul gradino più basso del podio con 435 milioni di litri di gelato prodotti nel 2018, contro i 451 dei cugini oltre le Alpi e i 494 della Germania, medaglia d'oro. Allarme rosso per il comparto artigiano del gelato? No, tutto l'opposto.

Resta ancora uno degli alimenti più amati

Il dato deriva dalle rilevazioni 2018 dell'Eurostat, l'istituto statistico europeo, e include prodotti come sorbetti e ghiaccioli (ma esclude le basi e i semilavorati per la produzione di gelato). Nel rimarcare il calo del 15% nella produzione, che ha fatto scalare l'Italia in terza posizione dalla seconda occupata lo scorso anno, la Coldiretti ha sottolineato in una nota come il gelato resti «uno degli alimenti più amati dagli italiani, che ne consumano annualmente 6 chilogrammi a testa grazie alla presenza di quasi 40 mila gelaterie e oltre 150 mila addetti».

Scende la produzione di gelato industriale: non c'entrano coni e coppette artigianali

Però, prima di banalizzare e preoccuparsi per il destino di coni e coppette, vale la pena leggere bene i dati della rilevazione Eurostat. Lo facciamo con l'aiuto di Antonio Verga Falzacappa, fondatore di Osservatorio Sistema Gelato, che si occupa di analisi economico-finanziarie sulle aziende della filiera artigianale del gelato e sulle principali catene italiane ed estere. Il problema principale è questo: calo sì, ma di quale gelato stiamo parlando? «Il gelato artigianale c'entra poco o nulla con questa rilevazione statistica», chiarisce Falzacappa. «Per la maggior parte il campione Eurostat prende in esame aziende con più di venti dipendenti, pochissime sono quelle da 3 a 19». Questo esclude tantissime (tutte?) piccole e medie gelaterie che popolano le nostre città. In parole ancor più chiare: quei numeri riguardano la produzione di gelato industriale, per la quasi totalità.

Se guardiamo al valore, il podio cambia

Un dettaglio non da poco, che dovrebbe calmare le ansie di chi ha già dato per morto il nostro cono. Anzi, potrebbe persino valere il contrario: se fosse proprio la forza del gelato artigianale ad aver messo alle strette il cugino "industriale" sul nostro mercato negli ultimi anni? Quando scriviamo "alle strette", non esageriamo. Vediamo perché. «I valori in litri non bastano a fotografare la situazione», spiega l'esperto, «in aggiunta meglio considerare la produzione in valore. In questo caso siamo secondi di poco sotto la Francia e stacchiamo di gran lunga la Germania che in realtà si trova al quarto posto dopo la Spagna». Ecco i dati precisi sul 2018, sempre da Eurostat: Francia prima con 1 miliardo e 109 milioni di euro, Italia seconda con 912 milioni, Spagna terza con 633 milioni, Germani giù dal podio con 603 milioni. Sembra un quadro positivo, ma attenzione: «Emerge un problema, che riguarda come detto il gelato industriale: solo l’Italia tra i grandi Paesi europei arretra pesantemente, perdendo in fatturato 424 milioni dal 2016 al 2018. Nello stesso triennio la Francia guadagna 133 milioni di fatturato, la Germania resta stabile».

Questione di concorrenza: da noi il gelato artigianale è più forte

Sulle motivazioni della sofferenza del gelato industriale, non ci sono "prove" inequivocabili, supportate dai numeri. Resta la convinzione che il gelato artigianale in Italia faccia molta più concorrenza ai prodotti confezionati, rispetto a quanto avviene all'estero. Facile pensare subito alla minor fortuna del prodotto nel comparto ho.re.ca., così come lo conoscevamo ai tempi del boom del mottarello o della Coppa del nonno al bar. Oggi la gelateria pura è tornata a prendersi uno spazio rilevante, c'è più sensibilità nel consumatore verso la "naturalità" e genuinità delle materie prime, più voglia di gusti particolari e di invenzioni del gelataio di fiducia. Banalità? Solo marketing? Non sempre, ma di certo sono tutte cose che il consumatore stesso trova nel gelato artigianale con maggiore chiarezza.

Stabilimenti che chiudono, delocalizzazioni e investimenti per il futuro

Poi, ci sono da considerare i grandi movimenti industriali degli ultimi anni. La chiusura - avvenuta per step e proprio nel corso degli ultimo biennio - dello stabilimento Froneri di Parma (ex Italgel, oggi joint venture tra Nestlè e R&R), che produceva da solo 100 milioni di litri di gelato. Una operazione che potrebbe riservare sorprese positive nei prossimi anni, visto che Froneri ha sì chiuso uno stabilimento, ma ha anche investito 30 milioni di euro per rilanciare il business, ammodernare gli impianti di Ferentino (Frosinone) e migliorarne la produttività (a febbraio l'azienda, che ha in pancia anche i brand Motta e Antica gelateria del Corso, ha lanciato la nuova linea in stecco Nuii). Ma questo è uno scenario che solo il tempo potrà confermare.

Quel che è certo è che il gelato artigianale, a ben guardare, non esce affatto male dai numeri dell'Eurostat. Tutto il contrario.

Ernesto Brambilla

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